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Autostop: sì o no? Il resoconto della nostra prima esperienza - SimuMatti

Autostop: sì o no? Il resoconto della nostra prima esperienza

Una persona fa autostop. Voi cosa fareste? Noi l’abbiamo fatta salire a bordo ed è andata così.

Stati Uniti, Arizona. Abbiamo appena superato la Foresta Pietrificata e siamo sulla strada per raggiungere l’Horseshoe Bend. Ancora non lo sapevamo ma il destino aveva in serbo per noi una sorpresa molto particolare. Siamo in auto, io alla guida e Simona sul lato passeggero. All’altezza di un incrocio il mio sguardo viene catturato da un pollice alto. E’ un autostoppista! Mumble mumble, che fare?

Ho poco tempo per riflettere. Dovrei chiedere consiglio a Simona? Naaa, mi direbbe subito di proseguire dritto senza dare neppure una chance a quel poveretto. E allora agisco d’istinto: metto la freccia e accosto poco oltre. Dallo specchietto retrovisore controllo che l’autostoppista ci abbia visto e infatti lo vedo lanciarsi in una goffa corsa verso di noi. “Cosa stai facendo?” mi chiede Simona, terrorizzata. E’ tesa come una corda di violino, pietrificata su un sedile che stringe con forza. Mi sta odiando, lo sento, ne percepisco l’aura negativa. Ormai la decisione è presa. “Mi sto portando avanti con il karma” le rispondo, serafico. Adesso mi rendo conto che avrei potuto utilizzare una risposta meno filosofica.

L’autostop che ti svolta la giornata.

Il nostro amico sale a bordo. Si chiama Douglas, per gli amici Doug, e chiede un passaggio verso Page, esattamente la nostra destinazione. Benvenuto a bordo! Doug è un figo, perlomeno secondo il mio modesto parere. Ha barba e capelli scomposti, emana un caratteristico aroma di vino di scarsa qualità e porta avanti l’anacronistica causa della mappa cartacea. Si vede che non è la prima volta che fa autostop. Distende la mappa sulle ginocchia e, dopo aver inforcato un paio di lenti da vista, individua velocemente la sua destinazione, indicandocela con un dito. Noi ovviamente non abbiamo la più pallida idea di come leggere la mappa e gli diciamo che preferiamo fare affidamento a quella digitale.

Quello di Doug è un passato un burrascoso.

Il buon Doug ne ha affrontate parecchie. Ha avviato un’impresa famigliare nel settore delle energie rinnovabili assieme alla ex-moglie. Dopo il divorzio ha intrapreso la carriera del camionista. Infine è diventato distributore di marijuana per conto di un’azienda americana. “Ecco, lo sapevo, siamo spacciati!” sento Simona borbottare di fianco, mentre io trattengo a stento le risate, divertito dalla strana situazione.

A questo punto la curiosità è alle stelle. Decido di approfittare dell’occasione per chiedere a Doug lumi sul suo lavoro. Scopriamo che negli Stati Uniti il consumo di marijuana a scopo terapeutico è legale in 8 Stati. Insomma, il buon Doug è uno spacciatore legalizzato. Come primo autostop è perfetto, un vero battesimo di fuoco.

Autostop negli Stati Uniti: esiste ancora?

Gli chiedo com’è cambiato l’autostop da quando ha iniziato a lavorare nel settore dei trasporti (prima metà degli anni ’90). A quanto pare l’autostop di oggi non è più quello di una volta. Le nuove strade, più comode, agevolano i camionisti che devono percorrere lunghe tratte. Al contrario sul fronte autostop la situazione è peggiorata: la gente è terrorizzata dall’idea di far salire a bordo uno sconosciuto. E volete sapere qual è il paradosso? E’ lo stesso Doug a raccomandarci di non dare passaggi ad autostoppisti perché pericoloso. Ma come!? Inoltre Doug sostiene che lui è uno degli ultimi esemplari viventi di autostoppisti. Per fortuna sono riuscito a conoscerne uno prima della loro estinzione.

Non è un azzardo ma solo un atto di lucida follia.

Lo sapevamo fin dall’inizio che la nostra sarebbe stata una luna di miele non convenzionale: poco romantica e molto scapestrata. Ma se avessimo o meno fatto autostop era ancora un mistero. Ho lasciato l’Italia con l’obiettivo di dare almeno un passaggio a un autostoppista e l’ho fatto appena ne ho avuta la possibilità. Secondo voi è stato un azzardo? Ammetto che potrebbe esserlo stato. Però sono contento di averlo fatto. Per due motivi. Il primo è che un giorno anch’io potrei trovarmi nella sua stessa situazione – e difatti lo sono stato – e mi piacerebbe se qualcuno mi offrisse un passaggio.

Il secondo è che sono partito con l’intenzione di distruggere ogni pregiudizio in merito ai presunti pericoli del mondo, tra i quali l’autostop. Fidarsi del prossimo non è sbagliato e anche questa volta la vita mi ha confermato che è così. Doug è giunto a destinazione e noi, oltre alla piacevole compagnia, abbiamo ricevuto in dono un auricolare bluetooth. Per noi intendo me e Simona. A proposito, come l’ha presa Simona?

Mi ha odiato dal primo secondo in cui Doug è salito a bordo. Per tutto il tempo non ho avuto il coraggio di guardarla o rivolgerle la parola. In certi momenti arei voluto scoppiare dal ridere ma ho fatto bene a trattenermi. Le ho promesso che non lo avrei fatto più – ovviamente l’ho rifatto -, le ho chiesto scusa e ho presentato la mia arringa difensiva. Eravamo partiti con delle paure e non avevo la più pallida idea di tornare indietro con loro. Adesso sapevo che l’autostop non era pericoloso e potevo andare oltre. Forse quel giorno Simona non mi ha capito ma so che oggi è felice della mia scelta.

A volte bisogna uscire dalla propria comfort zone. L’autostop è quel che ci vuole. Fare salire a bordo degli sconosciuti è un’iniezione di fiducia nel genere umano.

E voi avete mai dato un passaggio a un autostoppista? Cosa avreste fatto al mio posto?

Ps. purtroppo abbiamo perso la foto di Doug assieme a tutte le altre dopo il furto in Perù. Ovunque sia gli auguro il meglio. E gli auguro di realizzare il suo più grande sogno: visitare il Grand Canyon.

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